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Visto dalla Psicologa : il bambino, l’autista e quello che non stiamo vedendo.

  • Immagine del redattore: Alessandra Avenale
    Alessandra Avenale
  • 1 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Quando due fragilità si incontrano: il bambino, l’autista e quello che non stiamo vedendo.


Nel Bellunese un bambino di 11 anni è stato fatto scendere da un autobus e costretto a tornare a casa a piedi per sei chilometri, nella neve.

L’autista ha deciso di parlare, raccontando una mattinata complessa, carichi di lavoro pesanti, condizioni operative difficili, una tensione accumulata che – nelle sue parole – ha reso impossibile gestire ulteriormente la situazione.


È una storia che divide.

Ma forse è soprattutto una storia che chiede di essere compresa, non schierata.


Dal punto di vista psicologico: nessuno agisce nel vuoto


In psicologia sappiamo che i comportamenti non nascono mai nel vuoto, né nei bambini né negli adulti.

Ogni azione è il risultato di un equilibrio (o di uno squilibrio) tra risorse interne, stress esterni e possibilità di contenimento.


L’autista non è un “mostro”.

È un lavoratore esposto a stress acuto, pressione decisionale, responsabilità continue, spesso senza supporto immediato. In queste condizioni il cervello entra in modalità di sopravvivenza: si riduce la capacità di mentalizzare, di valutare le conseguenze a lungo termine, di restare nel ruolo educativo o protettivo.


Questo spiega il gesto.

Ma non lo rende corretto.


Il bambino: comportamento o messaggio?


Allo stesso modo, un bambino di 11 anni che mette in difficoltà un adulto non è “un piccolo delinquente”, ma un minore che probabilmente non sta riuscendo a gestire qualcosa.


A questa età:


l’autoregolazione emotiva è ancora in costruzione


l’impulsività è fisiologicamente più alta


la capacità di prevedere il rischio è limitata



Quando un bambino provoca, disturba o sfida, spesso non sta cercando lo scontro, ma un contenimento che non trova.


Il problema nasce quando due sistemi in difficoltà si incontrano senza una rete di protezione attorno.


La frattura: quando l’adulto non riesce più a reggere


In psicologia dello sviluppo esiste un concetto chiave: la funzione di contenimento dell’adulto.

L’adulto non deve essere perfetto, ma deve essere colui che regge l’emozione quando il bambino non può farlo.


In questo caso, quella funzione è venuta meno.

Non per cattiveria, ma per sovraccarico.


Ed è proprio qui che il sistema fallisce: quando pretendiamo che un singolo adulto, sotto stress, supplisca a mancanze organizzative, formative e istituzionali.


Comprendere non significa giustificare


Tenere insieme le due prospettive è difficile, ma necessario.


Possiamo dire contemporaneamente che:


l’autista ha agito in una condizione di forte stress


la decisione presa ha esposto un minore a un rischio inaccettabile


il bambino non doveva essere lasciato solo


il sistema non ha protetto nessuno dei due



In psicologia questo si chiama pensiero complesso: resistere alla tentazione del bianco o nero.


La vera domanda


Forse la domanda più importante non è “di chi è la colpa?”, ma:


chi sostiene gli adulti che lavorano con i minori?


quali strumenti di gestione emotiva offriamo?


quanto ascoltiamo i segnali di disagio prima che diventino emergenze?



Perché quando un bambino cammina solo nella neve, non è solo lui a essere stato lasciato indietro.

È un intero sistema che, per un momento, ha smesso di prendersi cura.


E questo, come società, dovrebbe interrogarci tutti.

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