Francesca Lollobrigida: quando la maternità diventa una risorsa mentale della performance.
- RosaSpina

- 9 feb
- Tempo di lettura: 2 min
Francesca Lollobrigida: quando la maternità diventa una risorsa mentale della performance
Nel racconto collettivo dello sport di alto livello, la maternità è stata a lungo descritta come una frattura: uno stop, una deviazione, talvolta un punto di non ritorno.
La vittoria olimpica di Francesca Lollobrigida a Milano - Cortina 2026 — nel racconto che oggi circola e che colpisce l’immaginario — ribalta questa narrazione e apre una riflessione più profonda: che cosa accade, dal punto di vista psicologico, quando un’atleta diventa madre?
Identità multiple, non identità divise
Dal punto di vista psicologico, la maternità non sottrae identità: la moltiplica.
Francesca Lollobrigida non viene raccontata solo come atleta o solo come madre, ma come una donna che integra ruoli complessi senza negarli.
Questo passaggio è cruciale:
la fatica maggiore non è fisica, ma identitaria.
Molte atlete sperimentano una pressione interna ed esterna a “tornare come prima”.
Ma dal punto di vista evolutivo e psicologico, non si torna mai come prima: si diventa altro.
E quando questo “altro” viene accolto, può trasformarsi in una risorsa potente per la prestazione.
La maternità come riorganizzazione della motivazione
Nel racconto di Lollobrigida, la spinta alla vittoria non scompare, ma cambia direzione.
Non è più centrata esclusivamente sull’ego agonistico, bensì su una motivazione più profonda e stabile, tipica delle fasi adulte della vita.
In psicologia dello sport, questo passaggio è noto:
le motivazioni estrinseche e narcisistiche tendono a essere più fragili sotto stress,
mentre quelle legate al senso, ai valori e alla generatività producono maggiore resilienza emotiva.
La maternità introduce proprio questo:
una dimensione di significato che rende la fatica più tollerabile e l’errore meno distruttivo.
Il corpo che cambia e la mente che si adatta
Uno degli aspetti più delicati riguarda il rapporto con il corpo.
Per un’atleta, il corpo non è solo identità: è strumento di lavoro.
La maternità impone un confronto reale con il limite, con il recupero, con l’ascolto.
Dal punto di vista clinico, questo passaggio può diventare critico solo se vissuto come perdita.
Nel racconto psicologico di Francesca Lollobrigida, invece, il corpo non viene forzato a rientrare in uno standard precedente, ma accompagnato verso un nuovo equilibrio.
Ed è proprio qui che emerge una competenza emotiva matura:
la capacità di sostituire il controllo con la regolazione.
Vincere “in casa”: il valore simbolico di Cortina
Cortina 2026, nel racconto, non è solo un luogo geografico.
È uno spazio simbolico: casa, appartenenza, radici.
Vincere “in casa”, per una madre, significa portare sul podio non solo una prestazione individuale, ma una storia relazionale.
Dal punto di vista psicologico, questo riduce la distanza tra ruolo pubblico e identità privata, spesso fonte di stress nelle atlete di alto livello.
Non c’è scissione: c’è continuità.
Un modello possibile, non ideale
La forza di questa storia non sta nell’eccezionalità sportiva, ma nel messaggio implicito:
non esiste un unico modo “giusto” di essere madre, né di essere donna, né di essere vincente.
Il racconto di Francesca Lollobrigida non propone un modello irraggiungibile, ma apre uno spazio di possibilità.
Dice che si può essere stanche e determinate.
Fragili e forti.
Madri e ambiziose.
Dal punto di vista psicologico, è proprio questa integrazione — e non la perfezione — a sostenere le prestazioni più alte e durature.







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