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Bambina disabile allontanata da una festa di Carnevale. "E' un pericolo". Quando la paura diventa esclusione.

  • Immagine del redattore: RosaSpina
    RosaSpina
  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Una festa di Carnevale in piazza a Ischia è stata teatro di una situazione molto spiacevole, quando una donna ha maltrattato una bambina affetto da disabilità cognitiva ché ha anche un' epilessia e un ritardo grave. La bambina non parla ma quando è felice alza la voce, ride, accarezza chi le sta vicino. La madre, ha raccontato al Mattino che la figlia è stata allontanata dalla festa da una donna. Giorgia, questo il nome della bambina, si sarebbe avvicinata ad altri bambini presenti, muovendosi tra loro, non essendo aggressiva o invasiva. Tuttavia un'altra madre ha reagito male e si è rivolta alla madre di Giorgia, affermando che sua figlia " non può stare qua" e che " non è normale" e che la sua presenza poteva rappresentare un pericolo per il proprio figlio.


«È un pericolo per mio figlio»: quando la paura diventa esclusione


Durante una festa di Carnevale, che per definizione dovrebbe essere uno spazio di gioia, leggerezza e condivisione, una frase ha squarciato il clima di festa: «Quella bambina disabile è un pericolo per mio figlio».

A pronunciarla è stata una madre. A subirla, una bambina. A esserne testimoni, tutti noi.


Questa notizia non colpisce solo per la sua durezza, ma perché racconta qualcosa di molto più profondo e diffuso: la difficoltà, ancora oggi, di riconoscere la disabilità come parte naturale della comunità umana, e non come un’anomalia da allontanare.



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La disabilità vista come minaccia: da dove nasce questa paura?


Quando un adulto definisce “pericoloso” un bambino con disabilità, raramente sta parlando di un pericolo reale. Sta parlando, piuttosto, di:


mancanza di conoscenza


assenza di strumenti emotivi


paura dell’imprevisto


bisogno di controllo



La disabilità rompe lo schema della “normalità” idealizzata. Costringe a confrontarsi con il limite, con la fragilità, con ciò che non si può prevedere o governare fino in fondo.

Per alcuni adulti, questo è insopportabile. E allora la paura viene proiettata sull’altro, trasformandolo in problema.



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Il vero rischio: cosa imparano i bambini?


Il punto più critico non è la frase in sé, ma il messaggio educativo implicito.


Un bambino che sente dire:


> “Lei è pericolosa, quindi va esclusa”




impara che:


chi è diverso può essere allontanato


la paura giustifica l’esclusione


l’empatia è facoltativa


i diritti valgono solo per alcuni



E questo sì che è un pericolo. Non per l’ordine pubblico, ma per lo sviluppo emotivo e sociale dei bambini.



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Carnevale: festa delle maschere, non dei muri


Il Carnevale nasce come momento simbolico di rovesciamento dei ruoli, di sospensione delle gerarchie, di libertà.

Escludere una bambina con disabilità da una festa del genere significa tradirne completamente il senso.


Perché se esiste un luogo in cui tutti dovrebbero avere spazio, è proprio quello del gioco condiviso.



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Inclusione non è buonismo: è responsabilità adulta


È importante dirlo con chiarezza: l’inclusione non è un gesto gentile, né una concessione.

È una responsabilità educativa, sociale e civile.


Inclusione significa:


spiegare ai bambini ciò che non capiscono


mediare, non allontanare


accompagnare, non semplificare eliminando


assumersi la fatica educativa invece di scaricarla su chi è più fragile



Chi educa non può scegliere la strada più comoda. Deve scegliere quella più giusta.



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Una domanda che dovremmo farci tutti

Forse la domanda non è:


> “Quella bambina è un pericolo?”




Ma piuttosto:


> Che tipo di adulti vogliamo diventare, e che tipo di bambini vogliamo crescere?




Perché una società che teme una bambina è una società che ha ancora molto da imparare.

E una festa da cui qualcuno viene escluso non è una festa: è solo una maschera vuota.

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