Quando se ne va un volto della nostra adolescenza.
- RosaSpina

- 12 feb
- Tempo di lettura: 3 min
Quando se ne va un volto della nostra adolescenza
Ieri ci ha lasciato James Van Der Beek, l'attore che ha dato vita al protagonista di Dawson’s Creek. Una notizia che, per molti, non è rimasta confinata alla cronaca. Ha toccato qualcosa di intimo, quasi privato.
Perché non se ne va solo un interprete. Si riattiva un tempo della nostra vita.
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Non era solo una serie. Era un’età.
C’erano le stanze con i poster alle pareti, i diari con la copertina morbida, le cassette registrate dalla radio. C’erano le telefonate infinite con l’amica del cuore, le prime cotte, le delusioni che sembravano definitive.
Quella serie faceva da sfondo a tutto questo. Era una cornice emotiva. Le inquietudini del protagonista, le sue domande sull’amore, sull’amicizia, sul futuro, rispecchiavano le nostre.
Non la guardavamo soltanto: ci riconoscevamo.
La notizia della sua scomparsa oggi attiva qualcosa di molto più profondo della semplice tristezza. È come se il tempo si piegasse, riportandoci per un attimo a chi eravamo.
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La nostalgia non è debolezza: è memoria identitaria
Dal punto di vista psicologico, ciò che proviamo ha un nome preciso: nostalgia autobiografica.
Non è solo malinconia. È il riemergere di una versione precedente di noi stessi. L’adolescente che viveva emozioni assolute. Che credeva nelle amicizie eterne. Che sentiva ogni amore come unico e irripetibile.
Quando muore un simbolo di quel periodo, il nostro cervello riattiva l’intero contesto: volti, luoghi, sensazioni. Non stiamo reagendo solo alla perdita di una figura pubblica. Stiamo incontrando il tempo che è passato.
E forse anche quello che abbiamo perso per strada.
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Gli amici, le promesse, l’intensità
Ogni generazione ha le sue colonne sonore e i suoi volti simbolo. Per noi, quella serie rappresentava le estati che sembravano non finire mai, le serate passate a discutere di amori impossibili, le promesse fatte seduti su un muretto.
Quanti di quegli amici sono ancora nella nostra vita?
Quanti amori ci sembravano eterni?
Quanto eravamo certi di ciò che saremmo diventati?
La scomparsa di un volto legato a quell’epoca funziona come un detonatore emotivo: riporta a galla l’intensità di quegli anni e ci mette davanti alla distanza tra il “noi di allora” e il “noi di oggi”.
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Crescere significa integrare, non cancellare
L’adolescenza è un laboratorio identitario. È il tempo delle emozioni radicali, dei sogni smisurati, delle fragilità esposte.
Rivedere mentalmente quelle scene, quelle espressioni, quei dialoghi significa tornare a contatto con quella parte vulnerabile e autentica di noi.
La notizia di oggi può far male, ma può anche essere un’occasione. Per chiederci:
Cosa è rimasto dei miei sogni?
Quanto spazio do ancora alle mie passioni?
Quando è stata l’ultima volta che ho chiamato quell’amico di allora?
La nostalgia, se accolta, diventa integrazione. Ci permette di non rinnegare chi siamo stati, ma di riconoscerne il valore nel nostro percorso.
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Non è solo lutto. È consapevolezza del tempo.
Arriva un momento nella vita in cui iniziamo a perdere i simboli della nostra giovinezza. Ed è in quel momento che realizziamo, con una lucidità nuova, che il tempo scorre davvero.
Ma se oggi sentiamo un nodo alla gola, significa che abbiamo vissuto intensamente. Che abbiamo amato, sognato, sperato.
E quella parte di noi non è scomparsa. Si è trasformata.
Forse più prudente, forse meno ingenua. Ma ancora capace di emozionarsi per un ricordo, per una musica, per un volto che ci riporta a casa.
Perché in fondo non stiamo salutando solo un attore.
Stiamo salutando un pezzo della nostra adolescenza.
E, nello stesso tempo, stiamo imparando a custodirla.







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