Non sei introversa, né estroversa? Ami l'autonomia? Forse sei "Otroversa"
- RosaSpina

- 3 mar
- Tempo di lettura: 3 min
"Otrovert", otroverso in italiano, è un neologismo coniato da Kaminski nel libro ‘Né introversi né estroversi’ (Corbaccio editore), per indicare chi non guarda né dentro a sé stesso (come l'introverso), né fuori da sé stesso (come l'estroverso), ma piuttosto in un'altra direzione (otro in spagnolo significa altro) rispetto al resto del mondo.
Ma cosa vuol dire nel concreto essere Otroversi, ce lo spiega direttamente Kaminski in una recente intervista rilasciata a Valeria Pini di Repubblica : “Negli otroversi esiste un persistente senso di estraneità interiore. A differenza degli individui che rientrano nel tradizionale spettro introversi/estroversi, le cui motivazioni e comportamenti sono spesso influenzati dalle relazioni con gli altri e con il gruppo, il senso di diversità degli otroversi è un'esperienza puramente interiore. Mentre introversi ed estroversi possono modificare le proprie azioni per cercare la solitudine o l'interazione sociale, gli otroversi si distinguono perché non hanno una connessione naturale con i gruppi. Di solito questo tratto non emerge dal loro comportamento. Infatti, invece di sfidare o evitare le attività che richiedono una socialità, gli otroversi spesso si impegnano in quella che può essere descritta come una "ribellione mite". Questa ribellione non si manifesta attraverso azioni visibili o anticonformismo sociale. È uno stato interiore. Gli otroversi si sentono costantemente degli outsider, ma questa sensazione non si traduce necessariamente in azioni che non emergono nella socialità. Potrebbero partecipare a eventi di gruppo o interagire con gli altri senza attirare l'attenzione. Il loro è un senso di non appartenenza, che è un aspetto fondamentale della loro personalità. Non è una reazione a uno specifico contesto sociale o un atto di resistenza. La differenza per gli otroversi è vissuta interiormente, plasmando la propria percezione di sé e la comprensione del proprio posto nel mondo, senza voler influenzare il loro comportamento sociale esterno”
Come sopravvivono gli otroversi all’adolescenza?
“La tensione tra il desiderio di appartenenza che provano gli adolescenti otroversi e il forte senso di alterità, di non far parte di nulla, è fonte di sentimenti di inadeguatezza e auto-recriminazione. L'adolescente otroverso non viene rifiutato, anzi. E così, finisce per incolparsi di essere "strano". Dipende dalle circostanze personali. Maggiore è la coercizione all'appartenenza, più pesante è il carico emotivo”.
Quali sono le difficoltà in campo sentimentale?
“Gli otroversi se la cavano bene nelle relazioni individuali. In assenza del rumore di fondo del gruppo, possono dedicare molta attenzione a una relazione. Non hanno bisogno di scegliere fra il tempo trascorso con il partner e quello con gli amici. Ma è bene scegliere un partner che non ami la socialità e le feste”.
Quali sono i problemi al lavoro?
“Gli otroversi tendono ad essere solitari e amano lavorare in autonomia. Il lavoro di squadra o la necessità di partecipare a conferenze o riunioni sono fonti di distrazione e improduttività per gli otroversi. Essere naturalmente pensatori "fuori dagli schemi" e non aver bisogno del consenso per decidere, li rende molto bravi in determinate attività in cui queste caratteristiche premiano. Un ambiente di lavoro sbagliato può essere intollerabile per loro”.
Che tipo di vita sociale possono avere?
“Sono generalmente molto amichevoli e mantengono un'ampia cerchia di conoscenze. Tendono ad avere solo pochi amici intimi con cui condividono legami profondi”.
Nel mondo dominato dalla tecnologia, dove le relazioni sono virtuali, è più facile essere ostroversi?
“Penso che sia facile andare controcorrente nel mondo virtuale. Ricordate l'investimento che si doveva fare nel mantenimento dell'amicizia? Ma questo non allevia la paura di non essere rilevanti che la maggior parte delle persone prova. I gruppi virtuali alimentano una dipendenza simile a quella del mondo reale. La crescente solitudine e disperazione, in un contesto di facilità di connessione senza precedenti, suggerisce che, in definitiva, la qualità della connessione è più importante della quantità. Da questo punto di vista, il mondo virtuale è perfetto per gli otroversi. È più facile isolarsi. È più facile cercare su Google che andare in biblioteca. Si possono controllare meglio i contatti con gli altri. Non si soffre della paura di perdersi qualcosa su Instagram. È la prima volta che si può far sentire la propria voce nella discussione senza urlare o competere per l'attenzione, due cose molto difficili per gli otroversi. Il mondo virtuale offre più opportunità a chi si trova sul lato opposto del ‘pensiero di gruppo’”.
Fonte LaRepubblica





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